Quante volte è capitato di allenarsi per mesi per una maratona, sentirsi pronti fino agli ultimi giorni e poi, tutto ad un tratto, qualcosa cambia?
L’ansia, il timore che qualcosa non vada come atteso e la paura di deludere qualcuno, sono tutti stati di animo che aprono le porte ad un negative mood che può mettere in discussione le nostre certezze e all’angolo mesi di sacrifici.

Abbiamo chiesto alla Dott.ssa Cecilia Somigli, Psicologia dello Sport presso CR Fidal Lazio di spiegarci questa influenza tra stati d’animo e prestazione fisica per capire come affrontare certe situazioni e superarle.


Dott.ssa Somigli, è ormai noto che lo sport non è solo una questione di fisico, ma anche tanta testa e soprattutto che le emozioni possono influenzare una prestazione agonistica.
Ci spiega meglio questa influenza tra stati d’animo e prestazione fisica?

La prestazione fisica è legata e influenzata sia in positivo che in negativo dalla componente mentale-cognitiva ed emotiva. Dobbiamo partire da questo presupposto. Ignorarlo e curare solo la parte fisica della prestazione sportiva è premessa di fallimento certo.

 

L’attività sportiva richiede costanza, impegno nell’allenamento e a questo punto anche capacità di gestione dello stress emotivo. Certamente per gli atleti professionisti è una questione di maggior rilevanza. Minore per gli amatori che tuttavia vivono una sorta di ansia da prestazione. Quali sono gli strumenti che si mettono in atto per accompagnare l’atleta nella gestione delle proprie emozioni? C’è differenza tra tecniche che si applicano all’amatore e al professionista?

Affiancare un atleta, che esso sia amatore o professionista non fa differenza,  significa aiutarlo in primis a conoscere e riconoscere le proprie emozioni al fine di arrivare ad una maggiore consapevolezza. Una volta che le emozioni diventano cosa nota allora si potrà pensare a come gestirle e orientarle affinché facilitino la prestazione e non la ostacolino. Riconoscere cosa si prova in ogni momento della prestazione, dal riscaldamento al traguardo, permette all’atleta di avere in suo possesso una bagaglio di informazioni e strumenti affinché la prestazione sia la migliore possibile in quel momento.
Le tecniche maggiormente utilizzate sono la scansione corporea, le schede pre/post allenamento/gara in cui vengono elencate le emozioni provate e i pensieri, le tecniche di respirazione consapevole, la mindfulness e il training autogeno.
Non c’è alcuna differenza tra le tecniche usate ed adatte all’amatore e al professionista, la differenza sta nel fatto che il professionista è consapevole dell’importanza della componente mentale ed emotiva e cerca il supporto di uno psicologo dello sport per allenarla, l’amatore è convinto di non averne bisogno e quindi la trascura.

 

Basandosi sulla sua esperienza, se dovesse fare una classifica, quali sono le emozioni che più di tutte hanno ripercussioni negative per l’atleta e la sua attività sportiva?

In generale tutte le emozioni afferenti all’area dell’autodifettosità (non vado bene/non sono all’altezza) come ad esempio l’insicurezza e la frustrazione o i loro corrispettivi compensatori come la megalomania e il controllo. Spesso anche il senso di colpa per non corrispondere alle aspettative altrui (compagni di squadra, allenatore), sovradimensionate e assunte come motivazione intrinseca principale a fare bene.

 

Oggi si parla molto di “motivazione” e “mental training”. Quanto è importante la motivazione per favorire un atteggiamento diverso dell’atleta davanti alle difficoltà e alla fatica?

La motivazione è il motore di ogni azione. Conoscere la propria, sapere cosa ci spinge ad intraprendere l’attività sportiva che ci appassiona, a portarla avanti nonostante le difficoltà e la fatica è basilare. La motivazione più forte che garantisce costanza e dedizione è quella interna, che soddisfa bisogni personali di autoaffermazione e autogratificazione; la motivazione esterna, quella che afferisce al soddisfacimento dei bisogni degli altri e delle aspettative che, a torto o a ragione, pensiamo gli altri abbiano su di noi è più debole. Se corro e mi impegno perché farlo mi fa sentire realizzato come persona sarò più dedito e costante piuttosto che se corro per far contento il mio allenatore o per dimostrare agli altri di valere qualcosa.

 

Soprattutto per noi amatori – che in fondo non hanno nulla da perdere o vincere – che consiglio può darci per goderci l’attività sportiva e non trasformarla in uno stress ulteriore?

Il consiglio è ascoltarsi, partire da se stessi. Capire cosa ci va di fare e perché lo vogliamo fare. Orientare le nostre azioni successivamente ad uno sguardo interno le renderà più efficaci e più soddisfacenti. Aumenterà il nostro senso di autoefficacia che sarà sganciato dal risultato ed ancorato al sentire di aver fatto il meglio per noi in quel momento.
Non è necessario abbandonare cronometro o gare e correre solo per il gusto di farlo, a volte ci va bene così altre volte non ci dà i necessari stimoli. Ma anche quando entriamo in una dimensione più competitiva dobbiamo essere presenti a noi stessi e “farci un giro dentro” per sapere come stiamo e di conseguenza decidere come affrontare una prova o una gara per non andare ad intaccare la motivazione e l’autoefficacia.

 

SR.